A dieci anni dal terremoto del 2016, il dibattito sulla ricostruzione rischia ancora troppo spesso di oscillare tra due rappresentazioni opposte: da una parte quella di un territorio immobile, dall’altra quella di una ricostruzione ormai sostanzialmente completata. I numeri raccontano invece una realtà più complessa. Che come detto già, dovrebbe essere valutata all'interno di un bilancio sociale.
Sarebbe sbagliato negare i progressi compiuti, soprattutto negli ultimi anni a seguito dell'ordinanza 100 di Legnini. Ma sarebbe altrettanto sbagliato confondere procedure avviate, risorse stanziate e contributi concessi con cantieri materialmente aperti, opere concluse e famiglie tornate stabilmente nelle proprie case.
È proprio questa distinzione che consente di leggere diversamente il dato più utilizzato sulla ricostruzione pubblica: il 97,5% degli interventi viene definito “avviato”, come affermato dal commissario Castelli. Ma l’avvio comprende anche le prime fasi amministrative! Se invece prendiamo come riferimento l’inizio effettivo dei lavori, nelle Marche 1.243 interventi pubblici su 1.872, il 66,4%, sono ancora nelle fasi precedenti al cantiere. A questi interventi è collegato il 73,9% delle risorse programmate.
Il secondo numero è ancora più immediato: nelle Marche risulta concluso il 21,2% degli interventi pubblici. Poco più di un’opera su cinque.
Non si tratta soltanto di interventi entrati recentemente nella programmazione. Nei 44 Comuni maggiormente colpiti, considerando le opere il cui CUP era stato generato tra il 2016 e il 2019, nel 2025 139 interventi su 346, circa il 40%, non avevano ancora iniziato i lavori.
Il problema diventa ancora più rilevante quando si guarda alla ricostruzione dei servizi. Nelle Marche sono censiti 425 interventi relativi ai servizi essenziali, per oltre 1,084 miliardi di euro. Circa sette su dieci non hanno ancora raggiunto la fase materiale del cantiere. Nei 44 Comuni più colpiti, tra gli interventi per servizi essenziali, solo il 19% risulta concluso.
E dietro le percentuali ci sono i tempi. Per gli interventi che devono ancora arrivare al cantiere, trascorrono mediamente 6,2 anni per la sanità, 5,6 per i municipi e 5,5 per le scuole dalla generazione del CUP all’inizio dei lavori. In cinque delle sei categorie considerate esistono interventi che aspettano da oltre sette anni.
È difficile parlare di ricostruzione delle comunità senza partire da qui. Una casa ricostruita è fondamentale, ma non basta se attorno mancano una scuola, un presidio sanitario, il municipio, gli spazi sociali e i servizi indispensabili alla vita quotidiana.
Sulla ricostruzione privata il giudizio deve essere diverso. Qui il processo è più avanzato. Al 31 maggio 2026 risultano 36.149 richieste di contributo, 8.393 cantieri in corso e 14.968 cantieri conclusi. Complessivamente sono 23.361 i cantieri autorizzati, aperti o già chiusi.
Restano quindi 12.788 richieste che non risultano ancora trasformate in un cantiere in corso o concluso. Ed è soprattutto sulla ricostruzione pesante che si concentra il lavoro residuo: le richieste per danni gravi sono 20.346; i cantieri in corso 7.524 e quelli conclusi 4.423.
È qui che si trova oggi la parte più difficile della ricostruzione privata: aggregati, centri storici, edifici gravemente danneggiati, interventi con maggiore complessità progettuale e tecnica.
Ma il dato che dovrebbe interessarci più di ogni altro non riguarda né pratiche né miliardi. Riguarda le persone.
Al 30 aprile 2026 sono ancora 8.759 i nuclei familiari che dipendono dalle misure di assistenza abitativa, per un totale di 18.083 persone. Il numero è in diminuzione e dunque i rientri stanno avvenendo, ma dopo dieci anni resta una dimensione che non può essere considerata marginale.
Del resto lo afferma lo stesso rapporto commissariale: il vero indicatore della ricostruzione privata è il progressivo ritorno delle persone nelle proprie abitazioni e la riduzione della dipendenza dall’assistenza.
Nel Piceno la situazione di Arquata del Tronto continua a rappresentare il banco di prova più difficile. Nel 2026 risultano 49 interventi pubblici: 29 ancora prima dei lavori, 12 nella fase di avvio e soltanto 8 conclusi o collaudati. Significa il 16,3%. Anche il maxi-intervento da 71 milioni per la stabilizzazione del centro storico è un passaggio essenziale, ma resta propedeutico alla ricostruzione vera e propria degli edifici e del centro abitato.
E infine esiste una questione che va oltre la ricostruzione materiale: quella demografica.
Nei tredici Comuni piceni del cratere originario si è passati da 18.226 residenti nel 2016 a 16.055 nel 2024: 2.171 persone in meno, pari al -11,9%. Tra il 2017 e il 2024 il saldo dei trasferimenti verso e dagli altri Comuni italiani è negativo per 892 persone.
Non sarebbe serio attribuire tutto questo al terremoto o ai ritardi della ricostruzione: pesano l’invecchiamento della popolazione, la denatalità e dinamiche che interessano da tempo tutte le aree interne. Ma sarebbe altrettanto miope non vedere il nesso tra tempo della ricostruzione e capacità di mantenere vive le comunità.
Per questo, dieci anni dopo, il bilancio deve cambiare unità di misura.